Testo estratto dal catalogo della mostra Fragile Landscapes,
Museo MARCA Catanzaro, giugno-agosto 2016

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Gregorio Raspa: Questa mostra arriva in un momento – anagraficamente e artisticamente – per te importante. Essa rappresenta un’occasione fondamentale per fare il punto sul tuo lavoro. Al MARCA, ad esempio, esponi un’ampia selezione di sculture appartenenti al ciclo Fragile Skeletons, opere paradigmatiche della tua produzione. Osservando queste sculture, confrontandole fra loro, ritengo sia possibile apprezzare aspetti importanti sull’evoluzione del tuo linguaggio artistico. Più nello specifico, mi piacerebbe sapere come il tuo approccio nei confronti di queste opere è variato nel tempo. Negli esemplari più recenti del ciclo, ad esempio, noto un lavoro strutturalmente più dettagliato e concettualmente più denso…
Giovanni Longo: Il progetto espositivo pensato per il MARCA unisce in un percorso organico i Fragile Skeletons con una serie di esperienze più recenti che conducono il fruitore attraverso paesaggi mutati, trasformati, talvolta compromessi. Il ciclo di scheletri è nato nel 2005 e, nel tempo, si è reso necessario uno studio più attento e meticoloso sotto molteplici aspetti. Se il recupero e il processo teorico di base sono rimasti invariati, a cambiare è stato l’approccio strutturale all’assemblaggio, portando queste opere nel mondo della scultura in modo ancor più evidente. Ogni elemento è diventato portante, concepito come parte funzionale, creando tra loro legami dipendenti. Solo una volta uniti i centinaia di pezzi l’opera assume il suo valore primario.

Già nel 1945 Arturo Martini etichettava la scultura come “lingua morta”, alludendo all’incapacità di questo mezzo di allargare il proprio campo espressivo oltre il “regno delle immagini”. Se letti in quest’ottica, i tuoi Fragile Skeletons sembrano sfruttare la statuaria superandola. Essi, infatti, rappresentano animali impegnati in insolite attività o colti in atteggiamenti strumentali all’evocazione di una concettualità spesso sganciata dalla mera forma plastica che la suggerisce. Hai appositamente ricercato un simile risultato o lo stesso è giunto come semplice conseguenza del tuo lavoro?
Sono molto sensibile, attento e critico riguardo la direzione della mia ricerca. Gli scheletri hanno spesso un percorso autonomo, completato l’assemblaggio sono loro ad assumere la postura migliore per mantenere l’equilibrio, allo stesso modo non sempre tutto è voluto, studiato e ricercato. Lavoro sulla memoria e la storia, non come successione di eventi ma come sedimentazione di segni che la testimoniano e a questo si è giunti per gradi, quindi attraverso errori, qualche intuizione e abbastanza lavoro.

Lo dicevamo poc’anzi: questi lavori sono il pretesto di una narrazione più ampia, potenzialmente infinita. Essi affrontano gli aspetti più disparati dell’esistenza descrivendo – ad esempio – il rapporto con l’ignoto o affrontano con ironica profondità temi come l’evoluzione e il destino. In tal senso le potenzialità espressive dei Fragile Skeletons appaiono fin troppo evidenti. Quali sono, invece, i loro limiti?
I limiti possono essere tutti o nessuno, dipende da come ti poni di fronte a queste fragili opere. Vanno accudite, curate, possono rompersi, possono essere attaccate da insetti, potrebbero non sopravvivere al tempo o bruciarsi in un rogo, sono un’allegoria e come tale andrebbero considerate. Potrebbero essere “il limite”.

In questa mostra proponi paesaggi ottenuti dalla fluttuazione interconessa di dati economici riferibili ad aree geograficamente eterogenee. Così facendo rappresenti il profilo di un orizzonte instabile, destinato a mutare nel continuo, “fragile” proprio come i tuoi scheletri. Quale rapporto lega queste due tipologie di opere?
Come hai potuto notare l’instabilità e la relazione tra i singoli elementi sono saldi punti di connessione. Per il resto questi paesaggi provano a trasportare l’osservatore altrove, in un viaggio verso luoghi desolati caratterizzati da valli, rilievi, alture, corsi d’acqua, idealmente bellissimi ma in realtà composti da fattori anche drammatici, come l’indice di disoccupazione nei paesi del mediterraneo, finanche vere e proprie emergenze, come gli sfollati interni dei paesi mediorientali o la mortalità infantile nei paesi sub-sahariani. Un gioco di mistificazione che vuole indurre a una riflessione sul ruolo centrale e rilevante che politica ed economia ricoprono nel tracciare gli orizzonti futuri.

A tal proposito, la tua produzione più recente sembra attraversata da un’acuta tensione sociale e politica che, sebbene già presente in alcuni lavori del passato, oggi sembra manifestarsi con una maggiore incisività. Cosa ha determinato una simile svolta?
Non la definirei una svolta, in realtà cerco sempre di mantenere molto distante da me l’eventualità di dare un giudizio su qualsiasi cosa, a chi dovrebbe interessare poi il mio parere… Inevitabilmente è possibile che siano gli argomenti a piombarmi addosso, allora l’analisi diventa l’unico metodo con il quale pormi domande e interrogare, me e il fruitore, sull’impatto che certe questioni possono avere sulle nostre esistenze.

Nel tuo lavoro non mancano però riflessioni più intime basate sull’esperienza personale e il racconto autobiografico. Trovo interessante questo tuo “nomadismo sentimentale” che mostra interesse tanto per i fenomeni macro-sistemici quanto per le dinamiche affettive del proprio esistere…
Ho sempre concepito la realtà locale, che ognuno di noi vive, come inestimabile e prezioso tesoro da salvaguardare. Sono proprio quei contesti a differenziarci, che sia un paese, un quartiere o una campagna. Io sono cresciuto a Locri, un luogo dalla storia importante ma pur sempre una realtà provinciale, con i suoi dialoghi, i suoi tempi, gli obiettivi spesso irrangiungibili. Apprezzare la densità di questi luoghi aiuta senza dubbio a svincolarsi dall’omologazione culturale alla quale tutti noi siamo inclini ma, altresì, aiuta ad apprezzare le difformità che il mondo presenta, siano esse culturali, religiose, linguistiche o politiche. Intorno a noi c’è tutto e il contrario di tutto, forse dovremmo semplicemente accettarlo cercando, per quanto possibile, di conservare un personale senso critico.

In mostra presenti anche delle video-installazioni, lavori che rispetto a quelli dello stesso genere da te proposti in passato ostentano però un’identità narrativa più strutturata ed esteticamente ricercata.  Me ne vuoi parlare?
Alla base sono dei piccoli e semplici software. L’utilizzo di questo metodo è da ricercarsi nella volontà di poter programmare degli eventi e creare una casualità fittizia. In mostra ci sono due opere di questo tipo. In Zaleuco’s CAPTCHA propongo dei test di lettura, largamente utilizzati su internet, per rileggere il codice di leggi di Zaleuco, puntando l’accento su determinate parole che, dopo 2600 anni, l’uomo cerca ancora di regolare e comprendere fino in fondo. La seconda è Italian Dream, un’applicazione web capace di autodefinire l’intimo dialogo di una chat in un sogno che si rincorre e non si concretizza mai. Nel corso del tempo ho campionato attraverso le mie chat private una serie di frasi comprensive le parole  sogno, sogni, sognami, sognare. Queste erano utilizzate come racconto onirico, come obiettivo o dolce desiderio, ma anche come irraggiungibile chimera. L’opera non fa altro che ricostruire con queste frasi un dialogo testimoniando lo stallo di una generazione disillusa ma ancora capace di credere nei propri sogni.

La progettualità è uno degli aspetti fondamentali del tuo lavoro. La realizzazione di ogni tua opera, infatti, è preceduta da una meticolosa fase di analisi delle azioni da compiere e scelta degli strumenti da utilizzare. Come il tuo rigore metodologico concilia con l’eterogeneità dei mezzi espressivi a cui ricorri?
Il mio procedimento di lavoro può risultare persino estraneo al mondo dell’arte, talvolta concepito dal pubblico come istintivo, gestuale, immediato. Io ho sempre provato a sviluppare l’esperienza culturale che l’arte può offrire, fornendo strumenti, informazioni e suggestioni.
Ci sono molte cose che la visione dell’arte ci può lasciare. Una di queste è la potenza di una condivisione collettiva. L’artista condivide la propria ricerca e la mette a disposizione di tutti, un’indagine che può essere assimilata, studiata, verificata, valorizzata oppure scartata. Il fruitore non deve far altro che partire da lì, dal dato oggettivo che si trova di fronte, senza alcuno sforzo aggiuntivo. Il coraggio e l’importanza di quella condivisione resta, a mio parere, inestimabile.

Forse condizionato dal tuo modus operandi, nel tempo ho iniziato a leggere il tuo lavoro – anche – come una continua riflessione sull’arte, gli strumenti e i modi del suo esercizio. Una sorta di interrogazione senza fine sui processi di creazione di un’opera.  É solo una mia suggestione?
Decostruire e ricostruire le idee con cinque o sei metodi differenti può essere una lama a doppio taglio. Cerco di seguire una mia coerenza e suppongo che tutto questo non sia infinito, come non lo è la tua suggestione, questa mostra e tutto ciò che ci circonda. E caro Gregorio, penso sia meglio così…

 

 

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Gregorio Raspa. This exhibition has come at an important moment in your life and artistic career. It represents a crucial occasion for you to take stock of your work. At the MARCA you are displaying an extensive selection of sculptures from the Fragile Skeletons cycle, which exemplifies your oeuvre as a whole. I believe that gazing at these sculptures and comparing them helps appreciate some important aspects of the development of your artistic language. In particular, I would like to know how your approach to these works has changed over time. For example, the most recent additions to this cycle seem to reflect a structurally more detailed and conceptually denser work…
Giovanni Longo. The exhibition project developed for the MARCA brings together, through a coherent itinerary, the Fragile Skeletons with a series of more recent experiences which lead visitors to explore altered, transformed and at times compromised landscapes. The skeleton cycle was begun in 2005 and over time the need emerged too conduct what in many ways is a more accurate and meticulous study. While the practice of retrieval and the underlying theoretical process have remained the same, the structural approach to the assemblage of each piece has changed – and this has brought the works into the domain of sculpture in an even more evident way. Each element has become essential as a functionalcomponent, creating bonds of mutual dependence between the various parts. Only once hundred of pieces have been combined does the work acquire its primary value.

As early as 1945, Arturo Martini labelled sculpture a “dead language”, with reference to its incapacity to extend its expressive field beyond the “realm of images”. When viewed from this perspective, your Fragile Skeletons would appear to exploit sculpture while moving beyond its boundaries. These works represent animals engaged in unusual activities or displaying attitudes that suggest concepts often removed from the mere plastic form evoking them. Have you consciously pursued this outcome or is it simply a consequence of your work?
I am very sensitive and attentive to, but also critical of, the direction of my research. My skeletons often take a course of their own: once assembled, they assume the best posture to keep in balance. Likewise, not everything is intentional, planned and sought after. I work on memory and history, not as a succession of events but as a sedimentation of marks that bear witness to them, and I have reached this by degrees – by trail and error, with some intuitions and quite a lot of work.

As we were just saying, these works furnish the occasion for a broader, potentially endless narrative. They deal with a wide range of different aspects of life: for example, they describe our relationship with the unknown and explore, in an ironic yet profound way, themes such as those of evolution and destiny. In this respect, the expressive potential of the Fragile Skeletons is all too evident. But what are their limits?
Limits may be found everywhere or nowhere, depending on how you engage with these fragile works. They must be looked after and taken care of; they may break, they may be attacked by insects. They might not survive for long or perish in a fire. They are an allegory and ought to be viewed as such. They themselves may well constitute “the limit”.

In this exhibition you are presenting landscapes obtained through the fluctuating interconnection of economic data pertaining to different areas. In doing so, you are outlining an unstable horizon destined to constantly change – one that is ‘fragile’, just like your skeletons. What is the relation between these two kinds of works?
As you have noted, the instability and relation between individual elements are firm points of connection. Aside from this, my landscapes are designed to lead the viewer on a journey to desolate places marked by valleys, elevations, plateaus and waterways that are ideally beautiful but in reality also made up of tragic factors – such as the unemployment rate in Mediterranean countries or even real emergencies, like the number of displaced people in Middle Eastern countries or the child mortality rates in Sub-Saharan Africa. This mystifying exercise is meant to foster a reflection on the central and relevant role played by politics and economics in tracing future horizons.

On this note, your most recent production would appear to be characterized by an acute social and political tension which was already present in some of your earlier works but which now seems to manifest itself in a more striking way. What brought about this change?
I would not describe it as a change. In fact, I always try to steer clear of the possibility of passing judgement on anything – besides, why should my opinion be of interest to anyone?… Certainly, I may find myself submerged by themes, in which case an analysis becomes the only way in which I can ask myself – and the public – questions about the impact which certain issues can have on our lives.

Your work also features more intimate reflections based on your personal experience and autobiographical narrative. I am fascinated by your ‘emotional nomadism’, which reflects an interest in macro-systemic phenomena as much as in the affective dynamics of your own life…
I have always regarded the local reality which each person experiences as an invaluable treasure to be safeguarded. Those contexts are what distinguish us – be they villages, neighbourhoods or rural areas. I was brought up in Locri, a town with a notable history yet a provincial town nonetheless, with its exchanges, rhythm and often unachievable goals. Appreciating the density of these places no doubt helps to break free from the cultural standardization we all tend towards but also to appreciate the discrepancies in the world – be they cultural, religious, linguistic or political. We are surrounded by contrasts: perhaps we should simply accept this and attempt to maintain a personal critical sense, as far as this is possible.

The exhibition also includes video-installations. Compared to those you have presented in the past, however, these display a more structured and aesthetically sophisticated narrative identity. Would you like to tell me more about this?
These works are based on some small, simple software programs. The use of this method is due to my desire to plan events and create a fictitious randomness. Two works of this sort are on display. With Zaleucus’ CAPTCHA I adopt reading tests of the sort widely used online to provide a new reading of Zaleucus’ law code, emphasizing specific words which 2,600 years later man is still struggling to fully regulate and understand. The second work is Italian Dream, a web application which lends shape to a private chat conversation as a dream that runs on and on without ever attaining fulfilment. Over time I have made a sample of sentences from my own private chat conservations that included the words sogno (dream), sogni (dreams), sognami (dream of me) and sognare (to dream). These words were used to weave a dream-like narrative – a goal or sweet desire, but also an unattainable chimaera. The work simply uses these phrases to construct a dialogue that bears witness to the impasse of a disenchanted generation that is nonetheless still capable of believing in its dreams.

Planning is one of the key aspects of your art. Before the creation of each works comes a stage in which you meticulously evaluate what steps to take and tools to use. How does this methodological rigour fit with the wide range of means of expressions you resort to?
My work method may come across as something foreign to the art world, which the public often envisages as being instinctual, gestural and direct. I have always sought to develop the cultural experience which art has to offer by providing tools, information and suggestions. Art can give us many things. One of these is the power of collective sharing. The artist shares his research and makes it available to everyone, so that his artistic pursuit may be assimilated, studied, tested and promoted, or rejected. The viewer only has to make this his starting point, namely the objective data before him, with no need for any further effort. The courage and importance of this sharing is priceless, in my view.

Conditioned perhaps by your mode of operating, over time I have started viewing your oeuvre (also) as an ongoing reflection on art, on the ways and means of practising it – a sort of endless enquiry into the process of creating an artwork. Is this only suggestion?
Deconstructing and reconstructing ideas using five or six different methods can be a double-edged sword. I try to be consistent and I suppose that there is an end to all this – as well as to your suggestion, this exhibition and everything which surrounds us. And I believe that this is for the better, my dear Gregorio…

 

Giovanni Longo / Fragile Landscapes
MARCA Museo delle Arti Catanzaro, giugno-agosto 2016
testi in catalogo di Marco Meneguzzo e Gregorio Raspa
Rubbettino Editore, 64 pagine, ill., 12 €
ISBN 978-88-498-4873-1
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