Testo critico “Equilibri Precari: l’arte al tempo delle crisi”
di Gregorio Raspa

Nel suo oramai storico e fondamentale testo “L’Ideologia del Traditore” Achille Bonito Oliva sottolinea che “generalmente ad epoche storicamente contraddistinte da stabilità politica corrispondono forme culturali penetranti, auto-organizzate, mentre ad epoche d’instabilità e di crisi fanno da contraltare fenomeni sovrastrutturali aperti”. Quanto affermato dal teorico della Transavanguardia è particolarmente riscontrabile nell’epoca attuale in cui l’uomo e l’artista avvertono la propria posizione come precaria, insicura. Trovare un equilibrio stabile è difficile in un contesto in cui la crisi economica e sociale polverizzano ogni certezza. Neanche la fede o l’ ideologia, da sempre capisaldi di coscienze individuali e popoli, nel contesto descritto, sembrano in grado di garantire un appiglio sicuro. L’epoca attuale è forse la prima nella storia ad apparire, almeno nel mondo occidentale, come post-ideologica e addirittura post-religiosa. Quand’anche le certezze sovrastrutturali crollano e l’uomo avverte il concetto di fallimento, finora proprio dell’individuo o dei microsistemi (soprattutto economici), come estendibile anche a realtà macrosistemiche intoccabili nelle loro concezioni moderne, come lo Stato o l’intera cultura di una comunità, trovare le coordinate per proseguire la propria rotta diventa sempre più difficile. Le crisi impongono una lettura inedita del mondo e delle sue regole. Per sfuggire al malessere, all’inquietudine e allo smarrimento, altrimenti inevitabili, l’uomo contemporaneo sa che deve con fatica rinunciare alle “idee-mito” che sin’ora lo hanno guidato e si sono comodamente adagiate sulla pigrizia del suo pensiero rendendo la mutante realtà il più delle volte incomprensibile ed estranea. Uno dei segni più evidenti dell’epoca attuale è la perdita di fede nella storia come punto di riferimento. L’idea di progresso è continuamente rivista e rigettata. La condizione attuale, che non sembra risolvibile nel futuro più prossimo, è quella della crisi permanente. In questo stato continuo di allerta e di cosciente depauperamento ogni riferimento per analogia è vano.
L’uomo contemporaneo è solo nella storia. Le coordinate temporali “prima” e “dopo” si svuotano drammaticamente di ogni significato.
Questo senso di smarrimento pervade anche il pensiero dell’artista-intellettuale che, spiazzato dalla perdita della sua autorità culturale, sempre più messa in discussione dalla supremazia odierna dell’informazione sulla conoscenza e dall’inflazione dell’immagine, finisce necessariamente per risentire nel suo lavoro degli umori della società. Questi, una volta interiorizzati, finiscono necessariamente per influenzare l’opera. L’angoscia, l’incomunicabilità, la sfiducia, il dolore, il dubbio, l’ambiguità, diventano così i temi portanti di un’arte che affonda nella crisi e da essa trae i motivi principali della propria poetica. Come affermano i Fratelli Chapman, non a caso citati da Giovanni Longo nella sua intervista realizzata per la mostra, “questo non è il momento storico di fare dei lavori carini”. L’artista contemporaneo, quando autenticamente consapevole del proprio tempo, non può nascondersi dietro anacronistiche rappresentazioni decorative aliene alla realtà circostante. È così che in molti casi l’opera d’arte diventa al tempo stesso orecchio e voce della società. L’arte, in quanto linguaggio, con la sua unica e peculiare capacità a tratti visionaria di lettura della realtà, traduce ora in segno i segnali che l’ambiente circostante lancia, ora invece lancia segnali per mezzo del suo segno. In quest’ottica le opere di Niccolò De Napoli, Giovanni Fava, Alessandro Fonte e Giovanni Longo sono straordinarie testimonianze di una generazione che, pur nell’incertezza e nella paura, si dimostra poco disponibile ad accettare la resa e trova la forza per avanzare sottili e raffinate denunce di un malessere esistente, forte, penetrante, ma non ancora irreversibile.
Partendo da sensibilità autonome questi quattro artisti elaborano soluzioni artistiche e linguistiche differenti, a volta distanti, per comunicare il proprio punto di vista ed esprimere in maniera disgiunta un messaggio che, se letto nella somma delle sue parti, coagula però in unico corpo concettuale. Questi artisti mutuano nei fatti la definizione teorizzata dal grande artista concettuale Joseph Kosuth secondo cui l’arte altro non è che “l’idea di un’ idea”.
L’operare di questi giovani artisti ci ricorda che, nell’epoca attuale, l’opera d’arte non è più solo un prodotto che vive nella sua istituzionale presenza fisica, ma è anche e soprattutto la riflessione su un’idea che diventa consistente solo attraverso il processo che lo spettatore attua di lettura e interpretazione.
C’è un sottile fil rouge che lega i lavori di De Napoli, Fava, Fonte e Longo: è la sottile critica, ora più sotterranea, ora più esplicita, rivolta ai vacillanti equilibri del mondo contemporaneo. Equilibri che appaiono sempre più inesorabilmente destinati al tracollo.
L’incertezza, percepita al cospetto dell’implosione delle vecchie idee-mito, viene esplicitamente rievocata nelle opere di Giovanni Longo. Le sue sculture, realizzate il più delle volte con materiale di recupero, sono caratterizzate da strutture mobili, volutamente fragili.
Se nelle opere degli altri artisti in mostra gli “Equilibri Precari” sono soprattutto concettuali, in Longo si manifestano agli occhi dello spettatore in tutta la loro realtà, si fanno materiali, tangibili, assolutamente veri. La loro consistenza invita al confronto con la realtà, richiama ad una presa di coscienza non più procrastinabile. L’invito alla riflessione è immediato. I temi del tempo, del destino, della sorte, del caso, vengono consegnati allo spettatore con intelligente ironia e pacata giocosità. Con leggerezza, attraverso un gusto minimale ed elegante, Longo ci ricorda che tutto ciò che ci circonda è ambivalente, che l’universo delle cose può assumere significati molteplici, a volte anche inattesi. Con i suoi lavori l’artista locrese ci dimostra che tutto nella vita, esistente o possibile, segue un ordine, un equilibrio, che tutto a questo mondo ha una sua specifica funzione e serve da supporto ad altro. In “Re-reading” l’amore dei suoi genitori è propedeutico alla sua esistenza; in ogni sua scultura ogni elemento è essenziale alla tenuta dell’altro; in ogni parola, ogni lettera, ha la sua specifica funzione (si veda l’opera “Associazioni Sociopatiche”). Cambiare l’ordine delle cose, senza riconoscerne o rispettarne la destinazione d’uso, o anche solo abbandonarsi al disordine delle stesse, può cambiare il senso di una storia.
Nel lavoro di Niccolò De Napoli invece la “vertigine” è puramente concettuale e si risolve il più delle volte all’interno della mente umana chiamata ad elaborare nuove strategie per riacquistare il contatto con le cose e il possesso con la realtà.
Artista autentico, eclettico e amante del gesto beffardo e spiazzante, anche De Napoli legge e interpreta l’esistente attraverso una surreale ironia e, per mezzo delle più svariate modalità espressive, ci regala una lettura inedita, il più delle volte straniante, del mondo. Con operazioni al tempo stesso profonde e ludiche ci ricorda che, per dirla alla Huizinga, “ il gioco non esclude una profonda serietà d’intenti” e che una variante a ciò che ci circonda, così come oggi noi lo conosciamo, è possibile. Nei suoi lavori, anzi, il mondo stesso è reinventato secondo modalità che nell’opera appaiono esasperate, a volte utopiche, ma che hanno sempre una corrispondenza quasi perfetta nella realtà quotidiana. I lavori di De Napoli ci indicano una via da seguire, ci suggeriscono che nell’arte, come nella vita, sono necessari l’azzardo, la propensione coscienziosa al rischio e una smisurata dose di creatività. Con le sue opere ci invita a trovare il coraggio e la voglia d’ immergerci nell’ignoto per cercare una ricchezza, il più delle volte solo celata dalle apparenze, dalla quale ripartire.
Alessandro Fonte invece si esprime attraverso un linguaggio asciutto ed essenziale che riflette sui piccoli gesti quotidiani, sull’uomo, sulla sua dimensione contemporanea e i suoi sentimenti. Il suo lavoro parte quasi sempre dalla citazione dell’esistente, così come avviene ad esempio sulla figura umana. Essa è sempre evocata per mezzo della sua assenza utilizzando come strumento vicario di percezione la seduta.
Fonte si fa distinguere per la sua incredibile capacità di nobilitare e rendere prezioso anche il più povero e improbabile dei materiali. Tutto ciò che egli crea si avvolge di mistero e ambiguità, fascino primordiale e silenzio, in un continuo alternarsi di sensazioni ed emozioni che trovano consistenza, oltre che nella materia di cui è composta l’opera, nei titoli poetici che generalmente l’ accompagnano. Autentica opera nell’opera, il titolo assume, nel lavoro di Fonte, un valore quasi autonomo. L’accostamento titolo-opera, criptico e spesso inaccessibile, spiazza lo spettatore completando la percezione del lavoro . Le combustioni, le lacerazioni, le ferite inferte alla materia, sono tutti elementi che, uniti fra loro, creano un nuovo linguaggio che non vuole raccontare qualcosa ma semplicemente testimoniare una presenza, rendere longevo ciò che altrimenti finirebbe col deperire, cristallizzare in un gesto un’emozione, specie se effimera ed irripetibile. Ciò che Fonte cerca è quello di far emergere agli occhi dello spettatore solo ciò che è autenticamente essenziale ripulendo la realtà da inutili e tautologiche sovrastrutture.
Giovanni Fava invece compone delle opere che distrugge per poi ricomporre. Utilizzando gli strumenti tradizionali della pittura, e a volte della figurazione, realizza opere che tradiscono l’istituzionale bidimensionalità del quadro. Assumendo una consistenza quasi scultorea la materia sfonda la cornice per appropriarsi dello spazio. Nel suo lavoro Fava utilizza i materiali più disparati che, una volta sottoposti al processo artistico, si fingono altra cosa celando il più delle volte la loro reale identità. Il lavoro di composizione-distruzione-ricomposizione dell’opera nasce dalla volontà di mettere insieme i frammenti di una realtà che deve essere ricostruita proprio a partire dalle sue “macerie”. Ma il lavoro di Fava parte anche dalla presa di coscienza di un mondo, quello dell’arte, che sembra ormai aver esaurito i motivi della sua poetica, che sembra ormai privo di argomenti, sul punto di implodere , ma che resiste se mette insieme i pezzi della sua storia.
Il ruolo dell’arte diventa dunque, nelle mani di questi giovani artisti, quello di un mezzo indispensabile alla lettura del nostro tempo. Le loro operazioni artistiche sono autentici e coraggiosi tentativi di sabotaggio delle tradizionali regole di metabolizzazione/ comprensione del mondo. In una società ormai orfana di luoghi e strumenti di formazione delle domande collettive, e sempre più sovrastata dagli interessi privati, la loro arte si propone come strumento ausiliario di evasione e riflessione senza tuttavia assumere, in nessun caso, un tono didattico o scadere nella demagogia.
In quest’ottica, anzi, il modo in cui questi giovani intellettuali si relazionano con la realtà circostante è per certi versi anomalo, sicuramente inedito. Il “carattere sociale” di questa generazione di artisti è infatti molto diverso da quello di tante altre generazioni che, nel corso dei secoli, hanno segnato la storia dell’arte.
A questi giovani artisti manca infatti la distaccata melanconia dell’artista manierista che, come loro posto davanti ad un’epoca caratterizzata da profonde crisi, vinto dall’impossibilità di praticare uno scambio con il mondo e con gli uomini, finisce per ripiegare su se stesso;
A questi giovani artisti manca l’esplosivo ottimismo che fu proprio dei giovani Futuristi che, traboccanti di fiducia nel progresso, nella tecnologia e nel futuro, cantavano “Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!”;
A questi giovani artisti manca certamente il rabbioso, e a tratti sovversivo, atteggiamento militante tipico dei movimenti artistici degli anni Sessanta e Settanta del XX Secolo;
A questi artisti manca la fiducia nella storia e nel mito che ispirò, negli anni Ottanta del secolo scorso, la poetica dei protagonisti della Transavanguardia.
Quello che invece li accomuna e rende simili ai grandi della storia è l’assoluta fiducia nell’arte e nella cultura, due elementi ritenuti, oggi come ieri, indispensabili per ripartire al tempo delle crisi.