Articolo di Loredana Barillaro / Small Zine n. 1 (2012).

Giovanni Longo sembra un narratore di storie, raccontate e vissute attraverso “stazioni di pensiero”. Egli costruisce arazzi su effimeri brandelli di carta, personaggi come residuati di civiltà, restituendo  linfa vitale a materiali sfruttati, consunti dal mare e dal tempo. Li ribattezza, assemblandoli, tuttavia, in esseri indeboliti, scheletri di modernità.

Quello di Giovanni Longo è un lavoro intriso – in ogni forma –  di passato, anche recente, come nel caso  di Elevatore mnemonico un’installazione site-specific la quale fa di un banale ascensore un contenitore di voci, un “traghettatore” di ricordi  a cui associare un volto semplicemente immaginandolo. Un’opera che potrebbe dirsi “collettiva” che nasce per il  pubblico e che ad esso si affida per la sua stessa realizzazione. Un modo forse per specchiarsi  in un altro da sé, e che in ogni istante può incarnare chiunque, se stesso ed infinite altre personalità.
Messaggi su post-it che comunicano la precarietà fra la durata di un sentimento e la fragilità del mezzo usato, ognuno è evento e intervento, in un’estensione spazio-temporale in cui l’essere umano si muove lasciando testimonianza di sé in un contesto dal significato antropologico. Un movimento pacato nella ribellione di uno stato d’animo, l’ambiente sociale, il proprio io –  un sé disgiunto –  o tutto un mondo. Il formarsi di legami,  cortocircuiti sociali, smembrati e racchiusi nell’archivio della memoria.
Occupazione metaforica di un luogo in cui il pensiero si imprime fisicamente nello spazio, nell’atto pratico quanto paziente di applicare tassello dopo tassello un tappeto di segni tanto efficace quanto effimero. E ne lascia traccia restituendo alla memoria collettiva una parte di sé, un frammento mnemonico sul fondo di una scatola delle rimembranze.

 

Fonte: www.smallzine.it